Tagliacozzo

È là da Tagliacozzo…

Passeggiata tra chiese, monumenti e palazzi di un antico borgo abruzzese

e la da Tagliacozzo dove
senz’arme vinse il vecchio
Alardo

(Inf. XXVIII, 17-18)

foto 1 Disegno di E. Lear.JPG

A chi arriva a Tagliacozzo per la prima volta dalla via Tiburtina, il paese appare in tutta la sua aristocratica bellezza. Tetti e campanili si susseguono in progressione, adagiati su un costone roccioso a formare un triangolo; al vertice sta la piccola chiesetta del Calvario, un tempo luogo di eremitaggio.
Si è subito attratti da un paesaggio che sa di antico e che invita alla scoperta.
Come resistere alla tentazione di avventurarsi per quei vicoli eleganti tra palazzi nobiliari, chiese e monasteri e per quelle stradine con botteghe artigiane, abitazioni umili, tutte strette le une alle altre come in un abbraccio poderoso, che sfida i secoli e le insidie del tempo. foto 2 Scorcio  dell'antico borgo A.JPG
Gli edifici, i monumenti, ci parlano di un tempo passato, quando le potenti famiglie romane dell’epoca tra il basso medioevo e il rinascimento si contendevano il possesso di Tagliacozzo.
Dante Alighieri si era ricordato del nome di quella città (l’etimologia probabilmente deriva dal latino “talus cotis”, cioè fenditura della roccia) citando, nella sua Commedia, una storica battaglia che da queste parti fu combattuta e che vide lo sgretolarsi dei sogni di gloria di un giovane con aspirazioni da imperatore. Era il 23 agosto 1268 e Corradino di Svevia, fulgida cometa dell’antica casata Hohenstaufen svaporò al cospetto del nuovo sole Angioino, tra il rumore assordante delle spade e l’odore acre del sangue foto I - Battaglia di  Tagliacozzo (1268).jpg .

Parco della Rimembranza

La strada che conduce alla dimensione storica di questa città d’arte sfiora il giardino pubblico, polmone verde e luogo d’interazione sociale. L’appassionato di botanica passeggiando nei viali ghiaiosi, potrà riconoscervi una varietà interessante di specie arboree, degna di un giardino botanico e noterà la presenza di alcuni frammenti archeologici che affiorano tra i cespugli, quasi a completare il paesaggio come essenze di pietra, testimoni di un passato lontano.

Chiesa dell’Annunziata

Proprio di fronte alla villa, c’è il primo monumento importante posto fuori le mura, la chiesa dell’Annunziata, costruita sul finire del XVI secolo dai frati domenicani nel luogo ove esisteva già un piccolo edificio religioso con annesso ospedale. foto II - portale chiesa dell'Annunziata.JPG
Il convento fu in parte inglobato nella costruzione del Municipio cittadino, mentre il chiostro, proprietà privata, è ora regno incontrastato di un gruppetto di galline particolarmente fortunate che vi razzolano incuranti del proprio privilegio.
Vale la pena osservare il portale quattrocentesco inglobato nella facciata all’epoca della costruzione domenicana e proveniente da un’altra chiesa dedicata a San Giovanni Battista antica sede dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, ormai distrutta. Degni di nota i capitelli di raffinata scultura e gli stemmi della famiglia Orsini, signori di Tagliacozzo fino al 1497. Il tutto è intagliato nella pietra bianca proveniente dai monti circostanti, un fine calcare a cui gli uomini attinsero per le loro costruzioni nel corso dei secoli. Gusci di animali marini depositatisi in strati nel corso dei milioni di anni in quello che fu un mare preistorico, ne sono all’origine.
Proprio alla base del portale della Chiesa, i fossili pietrificati di alcune conchiglie ci parlano di ere lontanissime, di mari primordiali e di barriere coralline, scenari che in queste zone montane restano così difficili da immaginare ma che, in altri tempi geologici, occuparono gran parte dell’attuale penisola italiana (foto IV).

Porta dei Marsi foto 3 Porta dei Marsi.JPG

Per raggiungere il cuore dell’antico borgo, si attraversa una delle porte che anticamente si aprivano lungo le mura, fatte erigere dopo il 1411 da Ladislao di Durazzo in sostituzione di quelle più antiche, nel corso di un piano di riassetto urbanistico che ampliò la città verso la parte pianeggiante.  Si passa per la “Porta da piedi” (cioè della parte bassa) ora (foto V), costeggiando il nobile palazzo Mastroddi, del quale il viaggiatore inglese dell’800 Edward Lear, ci ha lasciato una descrizione antropologicamente interessante riguardo le feste che si tenevano nei suoi ampi saloni affrescati. La fontana quattrocentesca, detta del “mascherone” precede a sinistra l’accesso alla porta e fu un tempo fontana e abbeveratoio nel luogo ove si tenevano il mercato e le fiere del bestiame.

Piazza Argoli foto 4 Piazza Argoli.JPG

E’ il primo salottino in cui si arriva e, nel nome, richiama uno dei figli illustri di Tagliacozzo, l’astronomo e matematico Andrea Argoli che nel XVII secolo ricoprì a Padova la cattedra universitaria che era stata del Galilei (e proprio in quella città, nella zona absidale della grandiosa basilica di S. Antonio da Padova, una lapide celebrativa sta a testimoniare l’importanza dell’opera del dotto tagliacozzano). Qui si affacciano l’ingresso del già citato palazzo Mastroddi costruito agli inizi dell’Ottocento dal conte Alessandro Mastroddi poeta e architetto ispirato dal progetto di Baldassarre Peruzzi per la romana Villa Farnese alla Lungara e il seicentesco Palazzo Rota dall’aspetto severo con il suo bel portale bugnato.

Piazza dell’Obelisco

Piazza Argoli precede la più scenografica Piazza dell’Obelisco alla quale fisicamente si collega. Circondano la piazza gli edifici che inglobarono nel corso dei secoli strutture più antiche, risalenti al periodo Durazzesco e che furono costruiti in varie epoche a partire dal XVI fino al XX secolo. foto 5 Piazza dell'Obelisco a.JPG
L’impatto visivo è forte; si rimane incantati a guardare questo palcoscenico che si apre pian piano provenendo da Piazza Argoli e che infine si mostra in tutta la sua bellezza teatrale. Volgendo lo sguardo all’insù, ci si rende conto di come il paese antico salga verso l’alto adagiandosi sulla costa rocciosa e di come questo sperone sia parte di un’ampia gola adagiata su ripide pareti calcaree. Al centro della piazza l’ottocentesca fontana dell’Obelisco, richiama subito l’attenzione con il rumore scrosciante dell’acqua, colonna sonora di questo spazio armonico.
Un tempo, al suo posto vi era un sedile in pietra, detto “Pilozzo” sul quale venivano posti dall’autorità coloro che non pagavano i propri debiti, esposti così al pubblico sberleffo. Vale la pena recarsi in questo luogo soprattutto nelle calde serate estive quando il venticello proveniente dalla montagna spaccata arriva a rinfrescare la piazza ed i numerosi  turisti, seduti ai tavoli nei locali all’aperto.

Chiesetta della Misericordia foto 6 Chiesa della Misericordia.JPG

Dedicata a San Giovanni Battista è l’unico edificio religioso che si apre sulla piazza. Nata come cappella gentilizia della famiglia Orsini, è attualmente sede dell’Ordine dei Cavalieri di Malta e merita certamente una visita. Il nome deriva da quello della Confraternita che vi operò e che si occupava dell’assistenza dei bisognosi. (fig. 6)
L’edificio attuale risale al XVI secolo ma, probabilmente, ne sostituì uno più antico. Un giovane e atletico Giovanni Battista che battezza il Cristo (fig. VI) è raffigurato nella tela seicentesca posta su uno degli altari interni. Delizioso è il piccolo organo dello stesso periodo che poteva essere trasportato nelle processioni e serviva per l’accompagnamento musicale.

Palazzo Resta foto 7 Portale di Palazzo Resta.JPG

Percorrendo uno degli angoli caratteristici del centro storico si giunge in via dei Cordoni dove si erge la mole del Palazzo Resta.
I proprietari, nobili di origine francese, arrivarono da queste parti al seguito di Carlo D’Angiò nel XIII secolo. Nel 1832 un evento diede lustro alle vicende storiche del palazzo; tra le sue mura soggiornò il “re bomba” Ferdinando II di Borbone che, in segno di ringraziamento per l’ospitalità, concesse all’aristocratica famiglia il “privilegio della catena” ovvero la possibilità di ottenere l’immunità per coloro che, perseguitati dalla giustizia, fossero riusciti a rifugiarsi nel palazzo.  Una pesante catena sorretta da due semicolonne fu posta davanti all’entrata a suggello di questo privilegio. Uno stemma ricco e composito campeggia su uno dei portoni e sta lì a ricordarci come questa famiglia, similmente ad altre di nobile lignaggio, ebbe nella discendenza importanti uomini d’armi e di chiesa. In particolare esso fa riferimento al marchese Don Filippo Resta divenuto agli inizi dell’800 capitano delle truppe pontificie e i cui resti mortali sono custoditi nella tomba posta all’interno della chiesa monasteriale dei SS. Cosma e Damiano.

Convento di San Francesco

Da Palazzo Resta bastano pochi metri per raggiungere il luogo dove si insediarono i frati francescani agli inizi del XIII secolo. E’ il convento di San Francesco, uno dei tanti costruiti dopo la morte del serafico padre come centri propulsori dell’opera e del messaggio francescano. La sua costruzione risale alla metà del ‘200 e, stando alla tradizione, vide l’interessamento di un frate che fu discepolo di Francesco d’Assisi e, in seguito, primo diffusore del suo pensiero; foto 8 Chiostro del Convento di San Francesco.JPG Tommaso da Celano. A lui papa Gregorio IX affidò l’incarico di redigere la prima biografia del Santo, testo fondamentale ripreso in seguito da Bonaventura da Bagnoregio. Tommaso  accompagnò Francesco nel suo primo viaggio in Abruzzo nel 1216 e probabilmente fu con lui alla Porziuncola, nel momento della morte. Ebbe la fortuna di condividere con lui alcuni frammenti di vita.  Umanista colto e raffinato ci ha lasciato la stesura definitiva del Dies Irae, inno liturgico che secoli più tardi musicisti come Mozart, Verdi e Palestrina magnificarono nelle loro opere. Il suo corpo giace in un’urna trasparente nella chiesa annessa al convento, avvolto in un cupo saio grigio. Quei poveri resti, furono letteralmente trafugati agli inizi del ‘500 da un monastero del comprensorio tagliacozzano nel quale aveva trascorso gli ultimi anni con l’incarico di guida spirituale. Fu un vero e proprio blitz organizzato dai frati del convento con l’ausilio di alcuni popolani.
Merita una visita il chiostro per ammirare gli affreschi seicenteschi che narrano la storia del santo e che presentano, in basso, didascalie dell’epoca scritte in un curioso linguaggio volgare.  La chiesa appare spoglia, essenziale come se fosse stata concepita nel pieno rispetto della semplicità francescana. In realtà fu il restauro terminato nel 1960 che cercò di riportare la chiesa allo spirito primitivo, eliminando tutte le decorazioni e gli stucchi aggiunti in età barocca ma trascinando con essi  anche gli affreschi sottostanti del periodo medievale.

Palazzo Ducale foto 9 -  Palazzo Ducale b.JPG

Dal convento il percorso è oramai tutto in salita e si giunge nel cuore di un complesso formato da antichi edifici civili e religiosi. Il Palazzo Ducale simbolo del potere signorile, la cui costruzione fu iniziata dagli Orsini già a partire dal XIV secolo e ultimata nei due secoli successivi dai Colonna. Mirabile fusione di motivi medievali ed elementi pienamente rinascimentali, l’edificio è tuttora inaccessibile come lo è stato negli anni passati. Un restauro in corso dovrebbe renderlo di nuovo fruibile come sede di attività culturali. Si potranno allora visitare le ampie sale e quello scrigno d’arte rinascimentale rappresentato dalla cappellina quattrocentesca, decorata con affreschi attribuiti da alcuni critici a Lorenzo da Viterbo. Camminando nella bellissima loggia sarà facile tornare indietro nel tempo con la fantasia, ai tempi d’oro, quando  quegli ambienti ospitarono il signore e la sua corte.
Uno stemma vistoso è posto su uno dei portali e rappresenta una colonna inclinata sormontata da una sirena bicaudata,  mentre sull’architrave sottostante compare la scritta: RECTA EST OBLIQUAM NON TIMET INVIDIA, motto della famiglia Colonna succeduta agli Orsini e monito superbo a chi ne ostacolava l’ascesa al potere.

Teatro Talia

Semplice ed elegante struttura da poco restaurata, con facciata ottocentesca, ha restituito alla cittadina uno spazio fruibile ma soprattutto una notevole dimensione culturale.

SS. Cosma e Damiano

Accanto al potere civile rappresentato dal Palazzo Ducale, sede della contea, si erge maestoso il monastero dei SS. Cosma e Damiano a testimoniare la presenza forte e radicata del potere religioso. Le sue origini sono antichissime, vi sono documenti che ne attestano la presenza già prima del 980.
La chiesa conserva elementi scultorei di reimpiego facenti parte della struttura primordiale e nonostante la spoliazione dell’altare maggiore che ha visto trafugate le bellissime statue di angeli e putti scolpiti in legno e ricoperti in foglia d’oro, sorprende ancora il visitatore con le sue proporzioni così ampie nelle volte, così ricche negli arredi e nelle tele (da citare una annunciazione attribuita al Cavalier d’Arpino  o alla sua scuola). E’ un luogo in cui la natura stessa richiama alla spiritualità, il silenzio ne amplifica la suggestione emotiva: le suore benedettine di clausura sono le custodi di quest’angolo di paradiso e seguendo la tradizione, preparano e vendono ancora dolci confezionati con la stessa cura richiesta dai loro antichi ricettari. foto 10 Visione di Tagliazozzo con Monastero dei SS. Cosma  .JPG
La “palombella” ed il “cavalluccio” sono creazioni dolciarie delle monache, immancabili al desco dei tagliacozzani nella festività del Volto Santo, che si celebra la domenica successiva alla Pasqua. Ma durante tutto l’anno è possibile degustare i loro dolci. Vassoi carichi di prelibatezze passano attraverso la ruota girevole che mette in comunicazione la clausura con il mondo esterno: teneri amaretti, barachiglie, squisiti mostaccioli sono lì a deliziare il palato di chi voglia sostare per un attimo tra quelle antiche mura a ritemprare lo spirito e la mente (foto VII).

Via Valeria, le chiese e il castello a strapiombo

Dal monastero si può raggiungere la parte più alta ed antica del borgo percorrendo la strada che segue il tracciato cittadino dell’antica via Valeria, strada consolare che metteva in comunicazione Roma con le province adriatiche. Salendo ci si rende ben conto di come l’abitato sia esteso e di quali trasformazioni abbia potuto subire nel corso dei secoli. Purtroppo grazie all’azione nefasta di una politica edilizia senza regole, accanto ad edifici ben restaurati se ne incontrano altri che rappresentano veri e propri atti di violenza al comune senso estetico; case ristrutturate senza alcun criterio di conservazione e valorizzazione del bene storico.
Il borgo resta comunque suggestivo; fronteggia l’abitato il maestoso scenario arboreo della pineta e le pareti rocciose scoscese dalle cui fenditure risorge il fiume Imele citato da Virgilio nell’VIII libro dell’Eneide. foto 11 Chiesa di Santa Maria del Soccorso.JPG
Altre Chiese si incontrano lungo il cammino e vale la pena citare quella di S. Pietro dove visse ed operò un sacerdote molto amato dalla popolazione locale ed oggi in odore di santità: Don Gaetano Tantalo. Il suo nome compare tra quelli dei Giusti in una targa posta sulla Collina di Yad Vashen, ad ovest di Gerusalemme, per aver salvato una famiglia di ebrei durante l’ultimo conflitto mondiale.
Una chiesa dedicata a S. Antonio abate non poteva mancare in un luogo da secoli dedito all’allevamento e alla pastorizia, un culto antico e fortemente radicato in tutta la regione.
Attraverso Porta Romana si raggiunge la chiesa di Santa Maria del Soccorso che secondo la tradizione fu costruita per volere di Carlo D’Angiò, dopo la vittoria nella battaglia di Tagliacozzo. In realtà la costruzione era già esistente e la struttura che oggi ammiriamo è frutto di una riedificazione quattrocentesca.

Uscendo dal paese si raggiunge, attraverso un sentiero che sale verso le pareti rocciose più alte, la chiesetta del Calvario, costruita nel ‘700 da un monaco eremita. Continuando più avanti si arriva ai ruderi del castello, posto a strapiombo sulla sommità del monte, ultimo baluardo di un sistema fortificato che sfruttava magistralmente la natura rocciosa del terreno. foto 12 Chiesetta del cavario.JPG foto 13 Ruderi del Castello A.JPG
Da esso partivano mura che scendevano vertiginosamente verso il basso stringendo nel loro abbraccio il borgo sottostante. Se si volge lo sguardo verso l’orizzonte, si contempla un infinito fatto di monti ed ampi spazi e nei giorni d’inverno, quando la nebbia avvolge le pianure sottostanti, sembra di rivedere in lontananza, come in un miraggio, l’antico lago del Fucino che, quasi un secolo e mezzo fa, l’ingegno dell’uomo cancellò dal mondo, per sempre.

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